boccaporto

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La foto ha la logica di un pensiero per l’acqua
Come si racconta non ho fotografie del “boccaporto”
e neanche voglia di farla generare alla iA.
Ma di acqua in quel di Novembre 2003 ne presi parecchia
Molta.
Tanta.
In moto.
Una BMW.
Ovvio.

DATA 20 GIUGNO 2016,
QUESTO RACCONTO
POTREBBE NON ESSERE
UNA PARTE DI

| L’INGANNO DELLE MASCHERE |

Forse, altrimenti che inganno sarebbe?
Però ne è un’appendice logica e di raccordo per altre narrazioni.

La fotografia di Settembre 2025
(sotto, altrove e non più esistente)
sta ad indicare un cambio di immagine
e variazioni nel testo per alcuni passaggi spariti ed altri,
forse, aggiunti. Scritti – appunto – in quel mese.
Non è l’unico articolo rivisto tra tutti quelli pubblicati
e le bozze che – forse – nelle prossime settimane
dallo stato di revisione passeranno, ora qui, online.
Alcuni sì, altri no.


USCITA ROSIGNANO,
DIREZIONE ROMA

BMW BikerMeeting 2004,
Garmisch.
Le immagini* sono per raccontare una storiella
che con i giorni a Garmisch ha poco in comune.
Nemmeno l’anno.
Ma non ho foto della 1100 S di quel viaggio.
Usavo poco la macchina fotografica.
Avevo una Nikon 4300.
Preistoria.
Qualche foto di paesaggio,
qualche accenno di fotine automotive,
nulla di più.
Pensavo ad “altro
e per “altro” non sia inteso le “Fanciulle”.
Ero nel bel mezzo di una separazione “cattiva”,
fronteggiavo una guerra brutta.
E mi rendevo sempre più conto che invece di “andare al recupero
c’era solo la volontà della distruzione
anche passando sugli affetti di Susanna,
mia figlia.
Brutta, bruttissima storia.
Non è carino scrivere “oltre” per rispetto a Susanna.
Poi, pure lei… bella di papà…

*rif vecchia stesura


«A Roma’, dicce quanno sei pronto
che t’aprimo er boccaporto…»

Affermazione che detta da uno di Milano a Milano
ti fa scoppiar dal ridere anche solo per l’accento lombardo
sul dialetto de’ noantri.
E c’era da ridere non solo per il dialetto.

Giovanna Ielmoni, “capa” della comunicazione
BMW Motorrad in Italia
(le moto, insomma)
s’è lasciata convincere più volte dalle mie richieste.
Forse sono stati i chilometri da Milano a Garmisch
per i BikerMeeting, come si chiamavano allora,
fatto è che mi accontentava.
Anno Domini 2003.

(Lettore ora che ho trovato le foto ho qualche dubbio sulla reale datazione, dovrei fare il carbonio14. Uhm. I fatti sono del 2003.
L’anno dopo andai al BikerMeeting, da qui le immagini per l’articolo.
Nel 2004 ho avuto un incidente con la moto, la mia: buttata).

.
Fatto è che la 1100 S, gialla,
una prima volta l’ho scippata al parco stampa di Milano
già nell’estate di quell’anno, il 2003.

Me la ricordo in garage della casa dove vivevo.
Scendevo, dalla scala interna – altri tempi – e potevo scegliere.
Un anno ricco.
BMW Serie 5, Subaru Impreza Compact Wagon WRX,
BMW Motorrad 1100 S,
BMW Motorrad R 1150 R.
La mia.
Le altre?
Tutta MERCE in prova, da usare per il lavoro e le evidenze in TV.
Un anno di merda ma terribilmente divertente, eccitante,
dal punto di vista della mobilità.
Dalle giornate al mare alle passeggiate, in moto, da Roma a Siena per un caffè o alle corse a Positano
per pagare una stanza a Palazzo Murat.
Non più usata.
Posti dove, ad agosto, arrivi solo in moto.
Me la ricordo bene l’Aurelia, forse in quel di un Settembre.
La sosta per indossare la KlimaConfort visto l’approssimarsi
della sera d’inizio, o fine (?), estate.
La cena da solo in posto sperduto
tra un passaggio a livello e la statale,
uno di quei posti dove ci vanno quelli con il SUV
perché fa figo andare in trattoria in Maremma.

E quando ti senti guardato
come un matto sai di essere nel giusto.


Avevo una gran voglia di fare chilometri, destinazione qualunque.
L’importante era saltare sulla moto e fare chilometri.
Tutti a velocità di decollo.
Roba che se ci penso.
Roba del tipo la A1 da Roma a Salerno, tutta a manetta.
Sosta tecnica per carburante e via.
Ricordo i tempi ma forse sbaglio.
Non li voglio dichiarare, mi vergogno.
Forse non era vero.
Non credo.
(Ma sì, sti cazzi: n’ora.
Da Roma – casello-casello – so’ circa 200 km,
se li fai tutti a 220/240 km/h quanto impieghi?
)
Ora, però, mi sembra tanta roba impossibile.
Ricordo la puzza di protesta di motore e freni.
Ricordo come passavo a sinistra quelli in corsia di sorpasso.
Manco il lampeggio d’avviso, entravo sul paraurti e passavo.
E come si levavano,
non ci pensavano neanche un attimo a fare i cretini.
A quella velocità io non avrei lasciato traccia
ma loro avrebbero avuto un bel cazzo di problema
con le assicurazioni.
Ricordo, un altro viaggio,
questo ancora da scrivere, “il calcio dell’harleista”,
lo scriverò.
Poi la A1 e lo sguardo di lei.
Lui aveva la faccia da pirla ma aveva una Range Rover.
Lei una bruna super,
di quelle donne che mi fanno impazzire per il loro colore del viso,
della pelle, del taglio di capelli, gli occhi scurissimi.
Sensualità prorompente.
No.
Lussuria.
Davvero una gran bella donna.
Abbiamo vissuto istanti magnifici all’ombra della pensilina
di una stazione di servizio.
Autostrada A1, dalle parti di Firenze.
Direzione Bologna.
Nel senso che IO andavo a Bologna per prendere un altro caffè.
In moto, da Roma a Bologna per un caffé.
Vai e vieni, in poche ore.
Come il bar sottocasa.
Dillo oggi.
Luglio o Agosto 2002? 2003?

Lui, il pirla, indaffarato con la sua Range.
Annaspava intorno ai centomila euro, un vero pirla.
Cosa stesse facendo non l’ho mai capito
ma era imbranato da morire.
Forse armeggiava con la pistola del rifornimento
e non sapeva dove metterla…
Si vedeva da miglia.
Faccio rifornimento.
Sento lo sguardo.
Troppo vicini l’uno a all’altra per non notare quel colpo d’occhio.
Sono uno molto attento a tutto,
cerco di esplorare ogni dettaglio di quel che mi circonda.
Ho sentito gli occhi addosso, mi sono dovuto voltare.
Magnifico.
L’incrocio dei nostri occhi ha raccontato una storia,
è stato di una tale intensità che a distanza di tredici/14 anni ancora (pure adesso nel 2026) lo ricordo e mi fa venire i brividi.
Gran bella donna.
Aveva bisogno di libertà, di uscire dall’ovvietà
del pirla con i soldi ma sempre pirla.
Quello, a parte i soldi, non le dava “manco un’emozione”.
E non ci sono secondi sensi o allusioni.
C’è la certezza.
Non si sarebbe fatta scoprire con tanta facilità.
Sicuro che il tizio della Range non la scopava bene,
fosse stato “bravo
non sarei stato degnato di uno sguardo.
Forse.
Penso dovesse essere uno di quelli della fregata del coniglio
e che alla fine dopo pochi istanti ti chiedono pure se ti è piaciuto perche le dimensioni combaciano…
Le dimensioni, “sono quelle giuste”.
MaVVaFFanCuloVa.
MA
sarei stato curioso di sapere chi dei due per davvero godeva.
Lei no di sicuro.
L’avrei fatta vibrare d’orgasmi.
Sì.
Non uno solo.
D+
Lussuria e piacere sconfinato per lei.
Poi anche per me.
Poi.
A cominciare da una lentissima esplorazione di tutto il suo corpo,
dai piedini – il desiderio di sempre – ai capezzoli.
Presuntuoso?
Macché, non m’avrebbe calcolato fosse stato diverso.
Un pizzico di malizia?
Perché no.
Modesto, sì.
Come sempre.
Quindi MAI.
Il primo lungo viaggio, vuol dire seicento chilometri in un pomeriggio/sera/notte, mi fece innamorare della 1100 S.
Non bella come la 1150 R ma aveva quel manubrio basso,
quei cilindri più alti che invitavano a pieghe ed accelerazioni rabbiose.
Perfettamente in sintonia con gli stati d’animo del periodo.
Lacrime ed incazzature, un’estate da dimenticare?
No, da ricordare.
Vissuta, nel bene e nel male.
Formativa.
Da consigliare per temprare.
Giovanna rivuole la moto.
Amen.
Trattativa.
Posso averla in prova di nuovo?
Tra l’altro mi piacerebbe addirittura cambiare la mia
.”
Quasi quasi vendo la 1150R e compro questa.
Questi i pensieri e gli scambi di telefonate.
In realtà ne volevo due.
Poi avrei avuto il problema di quale prendere per uscire.
Ma quello – nel caso – sarebbe stato un problema da risolvere
quando le avessi avute entrambe in “quel” garage.
Ma a Novembre 2003 le cose sono un po’ cambiate.
Un mese di Novembre caldo.
Nei giorni intorno all’Estate di San Martino
ricordo che andavo in giro, anche di sera,
con una polo bianca ed il pantalone, BMW, ovvio, estivo.
Quello con la lampo al ginocchio,
così – se serve – ti fai pure un tuffo in mare.
A Novembre.
Il tuffo, inconfessato allora, l’ebbe il cuore.
I guanti rosa, quelli di una casalinga, mi fulminano.
Lui, sotto una pensilina della ESSO,
indossa i guanti di plastica, quelli del supermercato.
Idea geniale.
Più a tenuta di così non si può.
Non è su una BMW, è in sella ad una Buell.
Sta in autostrada, come me.
Fico.
Lo ammiro.
Dal caldo dell’abitacolo della mia V70 Cross Country
lo ammiro e lo invidio.
Giovanna mi chiama.

– “La moto è pronta, se la vuoi te la mando a Roma…

+ “Non ci penso nemmeno, vengo su a Milano a prenderla”

– “Come vuoi… ma siamo quasi a Dicembre, fa’ un po’ te…”

+ “Meglio”

So che devo stare attento ad un solo pezzo di strada.
Vorrei conoscere l’ingegnere progettista di quel ponte
per capire quanto è cretino.
La Tirrenica l’ho fatta un mucchio di volte.
Seppure viaggiando sempre molto veloce non sono mai così concentrato sulla guida, vago con lo sguardo dalla plancia
al paesaggio mentre i pensieri sembrano un game di tennis.
Ma non posso non accorgermi di quel giunto metallico.
Intanto perché ci metto quattro ruote
e guidando anche con il culo ti accorgi della differenza.
Quello è (era, non c’è più) un giunto assassino.
Troppo lungo, quasi il passo di una macchina di media cilindrata.
So che devo stare attento solo in quel metro e mezzo, forse due,
di giunto metallico.
E’ (era) poco prima del casello di fine autostrada di Rosignano,
direzione Roma.
Per giunta in curva, leggera curva a sinistra con un accenno di contropendenza verso la corsia di marcia normale.
Quella che io non uso quasi mai.
Spero di ricordarmi con precisione il punto
altrimenti vado zampe all’aria.
Se piove.
27 Novembre 2003.
Il volo da Roma a Milano è in fase di atterraggio a Linate.
Piove che dio la manda.
Una di quelle giornate grigie
che ti fanno venire voglia di stare in casa.
Sto andando a prendere la moto, la 1100 S pronta per me.
Durante tutto il volo, dall’alto, non ho visto un buco nelle nuvole.
Neanche un accenno ad una possibile schiarita da Ovest.
Macché, zero-zero-carbonella.
Pioggia senza speranza.
In taxi a Milano capisco di aver fatto la scelta migliore.
In autostrada, poi sulla costa tirrenica
nessuno mi romperà i coglioni,
potrò fare il cazzo che mi pare.
Soprattutto farò quello che mi piace e che voglio.
Una sfida?
Macché, ste motivazioni del cazzo le lascio agli strizzacervelli,
io faccio quello che mi piace fare e – soprattutto – che posso fare.
E senza rompere i coglioni alla gente.
Una giornata così neanche ad aspettarla.
Ho solo dimenticato di comprare i guanti da lavandaia.
Ma ho quelli BMW, vuoi mettere?
Mica sono in sella ad una Buell.
Mi sto preparando con l’antipioggia
ed il genio partorisce l’indimenticabile battuta.

“A Roma’, dicce quanno sei pronto
che t’aprimo er boccaporto…”

Così sia.

Uscire da Milano senza navigatore, in moto,
sotto la pioggia battente…
già quella fu una mezza impresa.
Casello, entro in A1.
Apro.
Incrocio il primo camion da sorpassare.
Ragazzi non sarà uno scherzo.
Mi sento un delfino che salta tra i flutti del mare mosso.
Qui i miei salti sono tra le scie dei camion.
In comune con i delfini c’è solo l’acqua.
Tanta e pure sporca.
Sono in uno scafandro di accessori BMW
ma la visiera patisce la quantità d’acqua.
Non avrei mai fatto Milano-Bologna-Firenze-Roma.
Neanche se m’avessero pagato.
Mi sta sul cazzo.
Non ti fanno guidare tranquillo.
Una sfida continua con il coglione di turno che si attacca,
con la sua Ford di capo area, al paraurti
perché ti deve far vedere che lui è più figo di te.
La Cisa.
Scelta di sempre, obbligata questa volta.
Chi se ne fotte del giunto.
Pontremoli.
La Spezia.
Carrara.
Camaiore.
Livorno ed il suo infinito curvone da fare in quinta piena
in ogni condizione di mezzo e di meteo.
Altrimenti sei un coglione che non sa guidare.
Il giunto si avvicina, piove senza interruzione.
Ecco il giunto, rallento, gambe larghe e piedi a terra,
velocità da fermo.
La moto diventa un’anguilla.
Il giunto è più lungo del suo passo.
Li mortacci sua, penso all’ingegnere.
Testa di cazzo.
La 1100 S si contorce, si dimena.
Ma resto in piedi.
Fatto.
Autogrill, pausa caffè e generi di conforto.
Due news a Roma per pietà.
Da una quindicina di giorni c’è stato qualche cambiamento.
Faccio ancora lo stronzo, lo farò per altri sei/sette mesi.
Poi a cuccia.
Per quattordici anni.
Pare.
Ma dove sei? Con questa pioggia!
Sento che gongola perché il suo lui
sta facendo una cosa un po’ fuori dell’ordinario.
Figo, arrivo tardi, forse per le undici, stasera 😉
Rosignano a mare.
Casello.
Rialzo la schiena,
non solo per il rallentamento di rito.
Non c’è anima viva.
E’ il set di un film poliziesco, un film dell’orrore,
un film di fantascienza.
Tutto lucido, e pulito,
i riflessi dei lampioni sull’asfalto bagnato.
Nessuno in giro.
Stazione di pedaggio vuota.
Tutte luci verdi ai caselli automatici.
Tutte luci rosse ai caselli “umani”.
Mi accorgo dell’anomalia in tutto quel rosso.
Una luce verde, segno di una presenza non automatica.
Il boxer è in rilascio, rallento e vado in folle.
Diluvia.
Ma ormai, goccia più goccia meno, non ha importanza.
Alzo la visiera.
Aria fredda.
Sono sudato, mi serve un ricambio d’aria.
La pensilina mi accoglie ma c’è acqua anche lì sotto.
Fermo.
Zampe a terra.
Levo i guanti.
Cerco il porta documenti con lo scontrino d’ingresso a Milano.
Sono a metà dell’opera.
Il controllore aspetta paziente.
Non credo abbia fretta di fare qualcosa d’altro.
Saranno le otto e mezza, forse le nove.
Avrà il suo turno di notte da sbobinare.
Prende, stanco come fosse in miniera di carbone,
il biglietto e lo inserisce.
Intanto mi guarda e realizza che sono in moto
e fuori, del suo caldo ufficio, piove.
E’ il 27 Novembre del 2003.
Non è Ferragosto.
La sua curiosità è troppo forte.

– “da dove vieni?”

+ “da Milano”

Pausa di sorpresa.

– “e dov’è che vai?”

+ “A Roma”

Pausa.
Riflette.
Prende i soldi, forse una carta di credito.
Mi guarda ancora, quasi stralunato.
Fa il pagamento.
Lento come uno statale del ministero dell’istruzione,
mi rende la carta e mi guarda ancora.

Sentenzia.
– “Allora sei un biker vero”

Non ci sono esclamazioni.
E’ serio.
E’ una sentenza senza opposizioni.
E’ una verità assoluta.
Forse è un biker anche lui.
Ancora più valore.
Cazzo!
E’ valso il viaggio.
Non aggiunge altro,
nemmeno buon viaggio.
Non serve.
Riparto impettito, più carico di prima.
Un riconoscimento indimenticabile.
E sono passati quattordici anni
(20\24?, ora è il 2026, quindi molti d+) quanti anni?
Non lo dimenticherò mai.

ps.
Alle undici di sera ero a casa.
Partenza da Milano, alle quattro.
A casa ho trovato lei che mi aspettava.
Aveva già le chiavi di casa mia.

Nota del 20 Settembre 2018.
La signora ora non c’è più.
Dopo 14 anni ho iniziato la mia 4 vita.
Il 12 Luglio ho aperto il vaso di Pandora.
Amen.
Avevo iniziato a scrivere così già nel 2003,
ed anche più crudele,
quando passai dalla seconda alla terza vita.
Storie di estati roventi, per fatti e per meteo.
E’ in quell’anno che ho messo giù le prime righe de “Il Libro”,
un giallo che ora sto ampliando con questi racconti e con una trama di spy story internazionale e con sfacciate allusioni
a quel che mi piace sempre molto.
L’adorazione del corpo di una donna per darle piacere.
Ed avere piacere.
IO. Il mio piacere.
Non faccio opere pie.
E non sono uno
che si concede all’aria che respira e passa oneshoot.
Se non mi prende la mente non c’è spazio in “Lu”.
Zero assoluto.
O sono innamorato oppure non mi interessa.
Nemmeno la “carnalità”
come da qualche altra parte, qua, sta scritto.

«O come poco fa raccontato al telefono al mio confessore.
Quello che sa tutti i fatti miei con confessioni

che sfiorano anche le due ore.
Oggi è 4 Luglio 2026.»


Perché o mi abbracci tutte le notti oppure non esisti.
“Lu” non è un contorno.
“Lu” è il piatto principale.
Altrimenti meglio essere “ciccia sprecata”.
Quel che dovevo perdere l’ho perduto.
IO sono monogamo, all’infinito.
Le Persone mi hanno cacciato dalla loro vita
quando hanno mancato di rispetto a “Lu”.
Nessun barattolo del passato ha mostrato di voler tenere “Lu”,
per cui nessun barattolo del passato aveva davvero Amore per “Lu”.
Non ci sono attenuanti.
Mai sarei andato via.
Per mia figlia Susanna.


Carbonio14.

2003,
nessun biker meeting.
Estate già citata.
Quel garage ma solitudine
estrema.
Estrema
vuol dire che per settimane e settimane il telefono
non ha mai squillato.
Quel garage aveva quelle auto ma NON la BMW 1100 S
che venne a Roma in un primo viaggio di Settembre.
Quello della sosta per indossare la giacca e la cena alla bettola maremmana. Luogo, dalle parti dei Monti dell’Uccellina,
dovremmo essere in provincia di Grosseto.
Tutti i film, Siena, Positano ecc ecc sono databili al mese di Settembre 2003.
2004, BikerMeeting a Garmisch.
Il due Agosto di quell’anno la mia storia con le moto finisce.
Un rumeno non rispetta uno stop.
In realtà era finita già il 13 Novembre 2003 quando una sera,
in una cena ho incontrato chi, citata,
ha preso le mie chiavi di casa per aspettarmi al rientro della storia “boccaporto”.
E non solo quelle.
Ma quella, come immagini, (Lele), è ancora un’altra storia.
Da scrivere anche quella.
Come disse un “tassinaro”…
«A dottò! Ma che sta aDDÌ… ce vorrebbero…»
Aggiornamenti in corso di ricordi&ricostruzioni.


The essence of the freelance, when “shiny curved blades tear the barks and sink cruelly into the occipital lobe in search of the thalamus and the amygdala tearing every tissue”, foundation of creativity that in the middle of the night makes you wake up and shows you the image of reality for the click you have been thinking about for a long time. I don’t mean just photographs.

..|..

L’essenza del freelance, quando “lucenti lame ricurve squarciano le cortecce ed affondano crudeli nel lobo occipitale alla ricerca del talamo e della amigdala lacerando ogni tessuto”, fondamento della creatività che in piena notte ti fa svegliare e ti mostra l’immagine della realtà per il clic al quale da tempo già pensavi. Non intendo solo fotografie.

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“imperare sibi maximum imperium est”

Būshido

A fairy story spanning 26 years

..|..
| L’INGANNO DELLE MASCHERE |
Episodio «boccaporto»
AD 20 GIUGNO 2016, aggiornato 4 LUGLIO 2026
pics &TXT ©Lr
In Italia, la riproduzione di un’opera letteraria è vietata
senza il consenso dell’autore:
| L’inganno delle maschere | Opera letteraria con riproduzione vietata ai sensi della Legge sul Diritto d’Autore (Legge n. 633/1941) delle leggi, norme e giurisprudenza accessorie e vigenti. E’ concessa solo la condivisione del post con la citazione della fonte. Copyright digitale Direttiva UE 2019/790, | L’inganno delle maschere | e Legge 22 Aprile 1941/633.
Il racconto è un mischio di alcuni fatti accaduti
nei periodi di tempo di cui alla narrazione
e scene di pura fantasia dell’autore.
Dipende dalla virgola, un’inezia tra vita e morte:
Ibis redibis non morieris in bello.
Per chi legge la scelta per cercare di capire.
Capire oltre.

In questo racconto non è stato usato software di iA.
Non sono pubblicate immagini generate iA e – MANCO DOVREI SCRIVERLO – il testo è robBBBa solo mia.
Adobe iA, #Firefly, #Gemini Flash #MICROSOFT #COPILOT


già
il silenzio è pensiero
il pensiero è silenzio
Būshido.

ho inseguito, e preso,
soldi,
macchine e donne.
Ora fuck everyone 🖤
©Lr.


ab imo pectore